L'Italia, La Lega e gli altri: giochi pericolosi con i simboli di un ...
Se invece diventa una imposizione culturale, una materia obbligatoria ovviamente diversa da luogo a luogo, esso assume altra valenza: è l’idea che sul piano civile alla nozione di “patria comune” a cui presiede in tutti i Paesi del mondo una lingua nazionale che garantisce la comunicazione fra tutti si sovrapponga una identità di “piccole patrie” i cui confini sono incerti ed arbitrari e che rende difficile la comunicazione a livello del paese.
La nuova realtà di un Paese con larga mobilità interna e per di più con consistenti immissioni di popolazione dall’esterno spaventa, perché si crede che l’attenuarsi dei legami di solidarietà sociale e dei tessuti di convivenza civile dipenda solo da questo, per cui una “restaurazione” del buon tempo antico, quando ci si riconosceva subito tra “compaesani” per l’uso del dialetto, eliminerebbe i problemi.
Poiché la questione fondamentale in questo momento storico è resistere e inserirsi nei trend internazionali, altrimenti si finisce ai margini e bisogna dire addio allo sviluppo, rinunciare alla nostra dimensione nazionale dopo appena 150 anni di storia significherebbe sparire dalla carta dei paesi che contano e divenire rapidamente satelliti dei nostri vicini potenti come Francia e Germania, tanto per chiamare le cose col loro nome, ma non solo di questi visto che siamo un paese “lungo” e i vicini che possono avere mire per insediarsi nelle nostre economie e nei nostri mercati sono tanti.
Questo tuttavia non significa che siano finiti i problemi: la riorganizzazione dell’economia che si sta avviando in seguito a quanto è avvenuto, le difficoltà internazionali che non sono affatto risolte, le stesse scadenze del nostro stare in Europa (una dimensione che sarebbe bene aver sempre presente), richiedono un paese unito e maturo, un paese che possa giocare sui tavoli dove si affrontano queste questioni il peso della sua storia e la forza del suo sapere, anche oggi, fare sistema.
Fonte: www.gazzettino.it
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